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giovedì 12 luglio 2012

247 - Primi concerti (4)

Con il KV 40 Mozart ripesca Honauer (I tempo), mentre nel secondo movimento si basa su un brano di Eckard e nel terzo ricorre a un pezzo di carattere di una nostra vecchia conoscenza, Carl Philipp Emanuel Bach.

Lodato da Della Croce come "poeta della tastiera", Eckard fornisce al bambino prodigio una sonata in un tempo solo, a dire il vero un po' sdolcinata, ma buona per far pratica e assorbire un altro bel po' di stile galante dopo quello ammannito da Johann Christian Bach nelle sinfonie.


Non potrebbe essere più evidente il contrasto col tempo conclusivo, costruito sulla Boehmer, dal tema non popolare ma comunque incisivo e martellato. Carl Philipp Bach si dilettava di scrivere delle miniature con titoli francesi e tedeschi, e tra questi figura per l'appunto questa Boehmer, una sorta di corsetta sulla tastiera dai toni gioiosi un po' rozzi, lontani dalle emozioni visionarie del Bach di Berlino. 

Mozart stavolta ci aggiunge poco, ripetendo la melodia con l'orchestra e schiaffando in partitura qualche effimero intervento dei fiati.




lunedì 6 febbraio 2012

231 - Primi concerti (2)

Il finale del 1° concerto ricorda molto, nella struttura, il movimento iniziale: esposizione brevissima, temi quanto mai semplici e cantabili.


Questo brano proviene da una sonata di Honauer, autore oggi pressoché ignoto e dai modi musicalmente piuttosto spicci e rozzi, come assicura il Della Croce. Ciò non toglie che il fraseggio sia comunque spigliato e gradevole; Mozart lo asseconda con interventi orchestrali discreti.


mercoledì 18 gennaio 2012

215 - Uno strumento fortunato (3)

Dopo il KV 417, il concerto successivo per corno è il KV 495 (composto nel 1786). Questo perché, come ci segnala l'amico Megacle, il  KV 447 risalirebbe in realtà al 1787 (sulla scorta delle ricerche di Wolfgang Plath) e ciò spiegherebbe l'altissimo livello raggiunto in quell'opera, che può gareggiare in bellezza con i concerti per pianoforte del nostro autore.

Il KV 495 nasce a ridosso delle Nozze di Figaro, ma non ne respira la giovalità, se si eccettua il Finale che è anche divenuto il più popolare tra quelli composti da Mozart per corno e orchestra. Insolitamente serio e lontano da qualsiasi trionfalismo, il I tempo è particolarmente complesso e il Della Croce gli assegna ben 4 temi, senza contare vari spunti, anche in minore:


Nella Romanza centrale (8:25) la sostanza non cambia, ma qui siamo già più abituati a un eloquio pacato.

D'altronde, dopo i tripudi delle Nozze, Mozart sta già affrontando una crisi che lo porterà alla musica più tormentata del Don Giovanni, attraversando un percorso accidentato le cui fasi principali sono il Concerto per pianoforte KV 503 (in un do maggiore solenne ma non esaltato), la Sinfonia Praga KV 504, il Rondò in la minore e in parte la Sonata a quattro mani KV 497, per tacere di altre.

Il Rondò conclusivo, molto simile nel tema a quello del KV 447, riporta l'allegrezza in quello che sembrava un mondo malinconico e pervaso dai dubbi. La sua sbrigliata cantabilità l'ha reso esemplare nel corpus compositivo mozartiano:

giovedì 12 gennaio 2012

209 - Di Mozart oppure no? (7)

Tra le opere dubbie, ma non prive di interesse, si conta anche la misteriosa Ouverture KV 311a, scritta presumibilmente a Parigi e composta da due tempi (Andante pastorale e Allegro spiritoso). Nella sua monografia, il Della Croce si sofferma su questa composizione senza schierarsi, ma di fatto non se la sente di assegnarla a Mozart. 

Indipendentemente dalle considerazioni riguardanti l'autenticità, la presenza in rete dell'ouverture ci offre un'ottima occasione per ascoltare una musica tutt'altro che spregevole, forse non ancora incisa:


Due parole sulle argomentazioni riepilogate dal Della Croce a favore dell'autenticità e contro. Stando alle lettere di Mozart, due sarebbero le sinfonie che scrisse a Parigi. Una è quella che porta il nome della città, l'altra potrebbe essere questa.

Bellissimo, tra l'altro, l'incipit dell'Allegro spiritoso (1:34) che ha mandato in visibilio più d'un critico. Senonché altri, in particolare il musicologo Ernst Hess, hanno messo in evidenza alcuni errori nella partitura, simili a quelli commessi da Süssmayr nel completamento del Requiem, che di fatto rappresentano l'argomento più forte di chi nega l'autenticità dell'opera.

mercoledì 11 gennaio 2012

208 - Verso la prima in sol minore: altre sinfonie notevoli (3)

Il Finale della Sinfonia KV 130 può essere confrontato a distanza con quello della KV 183, se non altro per riconoscervi una volontà affine di approfondimento. Mozart non si limita più a tirare via l'ultimo tempo in fretta e furia come nei primi esperimenti sinfonici, anche se in futuro ripiegherà ancora per un pezzo su soluzioni sbrigative.


Questa eccellente sinfonia non è un caso, come dimostra quella successiva (KV 132, in uno smagliante mi bemolle maggiore) che avrà probabilmente pure fare i conti con i gusti dell'arcivescovo Colloredo: sebbene non sia chiaro come siano andate le cose, Mozart ha dovuto sostituire l'Andante con un movimento del tutto fuori luogo, un Andantino grazioso senza pepe né sale (come giustamente fa notare il Della Croce nella sua monografia). 

Già l'inizio è una sicura anticipazione di quello che sarà l'incipit del Concerto KV 482, nella stessa tonalità, per pianoforte e orchestra, ma c'è anche (in quelle stesse battute) un accenno a un passaggio del Laudamus te dalla Messa in do minore:





sabato 19 novembre 2011

157 - Solo per divertimento? (5)

Ultimo dei tre divertimenti-sinfonie per archi, il KV 138 non si discosta dalla cantabilità degli altri due: aperto da un tema quasi rudimentale, da esercizio pianistico, che ricorda le note staccate udite all'inizio del Finale del KV 137, si abbandona poi subito a una melodia ben più sinuosa e riconducibile alla muscialità mozartiana.

Di fatto, come nota il Della Croce, non c'è un secondo tema, sostituito da leggiadre figure melodiche che non assumono un'importanza tale da contrastare il primo. Così per lungi tratti si ha quasi l'impressione che la musica scorra ininiterrottamente, senza arrestarsi per via delle cesure imposte dalla forma-sonata.


Le dimensioni ridotte dei movimenti esaltano la compattezza e la stringatezza dell'opera, che anche nell'Andante mantiene un misurato lirismo con un'altra melodia che potrebbe star bene a teatro. Il movimento riprende una delle caratteristiche di quello che lo precede: un fraseggio elusivo, privo di quell'ordine che solitamente domina la musica di Mozart, ma forse per questo singolarmente affascinante.

Il Finale (5:40) è invece un rondò semplicissimo nella struttura, con un tema a domanda e risposta quasi innocuo, che si anima appena un po' di più nelle poche e rapide strofe, che tuttavia sorprendono per la loro varietà.


domenica 16 ottobre 2011

132 - Solo per divertimento? (3)

Con i successivi tre Divertimenti (dopo il KV 113 e il 131) Mozart trova un compromesso tra questo genere e quello sinfonico, In realtà è probabile che il compositore li avesse concepiti come sinfonie tant'è vero che Einstein li considera tali (in quanto mancanti dei consuetti 2 minuetti) e il Della Croce li inserisce nella sua monografia sulle Sinfonie mozartiane, sebbene in un capitolo a parte.  

In realtà anche il KV 113 constava di soli quattro tempi, dunque di un minuetto soltanto, e si sarebbe potuto scambiare per una sinfonia, ma era stato espressamente definito da Mozart stesso "Divertimento a 8" (e anche "Concerto", tra l'altro).



Il Divertimento in re KV 136, di gran lunga più noto dei due che lo seguono in virtù dell'arciconosciuto primo tempo, si apre con un tema discendente che Mozart utilizzerà altrove e a lungo (riapparirà, con tonalità identica, nel Rondò KV 485, nel Finale del Quartetto KV 478, ma anche nel finale di questa stessa opera e, in tempo Andante, all'inizio del KV 137).

Anche in questo primo tempo abbiamo una florida esposizione e, per contro, uno sviluppo in minore, anche abbastanza esteso per allargare la zona d'ombra regolarmente presente anche nelle composizioni mozartiane più votate all'ottimismo.

mercoledì 21 settembre 2011

113 - KV 595: Un concerto leopardiano (2)

Il Larghetto, "culmine" dell'opera secondo il Della Croce, è meno impressionante, ma condivide col brano precedente l'atmosfera leopardiana e la semplicità del soggetto iniziale, che in realtà è poco più di un singulto ricamato sulla tonica. A un bel momento il pianoforte intona la stessa frase che aprirà l'Adagio del Concerto per clarinetto, ma con tono perfino svogliato, sbrigativo, senza quella intensità che avvolge il tempo lento del KV 622; l'orchestra ha invece un piglio più aspro fin dalle prime battute (talvolta addirittura irritante) e si alterna ai monologhi del solista con interventi ruvidi, assai più violenti rispetto al primo movimento.


Il tema principale è tema della rassegnazione, poi ripreso nell'ormai stanco Andante per orologio meccanico (KV 616) e ancora più triste quando viene ripreso dall'orchestra. La fanfara che aveva fatto rabbrividire nel I movimento è nei suoi sonori scoppi, la mestizia palpabile ritorna negli scambi dialogici tra pianoforte e fiati.

L'esecuzione con il fortepiano qui presentata è un po' più dolce di quella col pianoforte, e la scelta è giusta non solo filologicamente perché si adegua anche allo stile completamente classico del concerto.

domenica 18 settembre 2011

106 - KV 595: un Concerto leopardiano

Opera diversa da tutti gli altri concerti mozartiani (anche da quello per clarinetto, che pure ne riprende in parte il carattere nel movimento centrale), il KV 595 lascia tutto lo spazio che si vuole alle interpretazioni. C'è chi l'ha visto come presagio della morte ormai vicina (la data di composizione è il gennaio del 1791), ma si potrebbe intendere come un semplice addio alla carriera da solista o alla giovinezza, o ancora l'espressione di un momento di particolare sconforto.



La caratteristica più interessante di questo Concerto è che la malinconia mozartiana, presente altrove solo in alcuni temi, negli sviluppi o al massimo in singoli movimenti, qui domina l'intera composizione. Già l'inizio dell'Allegro, con le battuta a vuoto che prepara il primo soggetto (elemento già comparso nell'incipit della 40° Sinfonia), sprofonda in un'atmosfera tormentata, a dir poco dolente, benché la melodia sia apparentemente serena e costruita sul semplicissimo accordo di tonica. La fanfara che segue immediatamente, lontana dagli accenti trionfali che segnavano opere euforiche come il KV 451 o il KV 503, acuisce questa sensazione di fatalismo oscillante tra malinconia e disperazione; tuttavia il carattere di tutto il movimento è indefinibile e si riverserà anche su quelli successivi, costituendo già di per sé il fascino di questo brano.




Secondo il Della Croce i temi esposti in questo tempo sono cinque: oltre a quello principale, l'orchestra accenna una frase che riesce (in quattro note soltanto) a esprimere dolcezza, rimpianto, angoscia ed è appena arginata dall'altrettanto rapida risposta dei legni, poi tenta di stemperare la tensione con una melodia discendente più serena, anche se non meno languida delle precedenti, e poi prepara l'entrata del solista con un'improvvisa accelerazione, alternando ancora pensieri tristi a incisi drastici e appassionati che, ancora una volta, ci ricordano la 40° Sinfonia; il pianoforte aggiunge solo un tema, e non subito: riprende pari pari l'esordio orchestrale, si appropria della terribile fanfara attenuandone l'effetto quasi straniante che aveva lasciato prima sull'ascoltatore, poi rielabora a modo suo gli altri soggetti porti dall'orchestra e sciorina infine il suo tema, un'incerta e sconsolata meditazione irta di cromatismi. Nei concerti in minore il solista aveva il compito di attenuare gli scoppi della controparte e regolarmente ci riusciva; qui invece pare assecondare l'orchestra o confondersi con lei.

lunedì 12 settembre 2011

100 - Due composizioni in una

Come fece 100 il signor Wolfgang Amadeus Mozart? Secondo Ludwig von Köchel, che ne ha catalogato le opere, con la sua prima Serenata per orchestra intitolata "Final-Musik", che a detta del Della Croce si può scomporre agevolmente in due composizioni: una sinfonia (di cinque movimenti e con due minuetti) e un'altra sinfonia, stavolta concertante, per oboe e corno.

È effettivamente un bel tempo di sinfonia, anche se breve, quello che apre la Serenata. Dopo il tema a terrazze costruito sull'accordo ascendente di re maggiore, sul quale l'autore ricama un po' prima di affrontare il secondo soggetto, si apprezza già un periodare agile e screziato da quei passaggi in minore che già contribuiscono a formare il tipico Allegro mozartiano.


Il secondo movimento, Andante, potrebbe essere inizialmente scambiato per un altro tempo della sinfonia, e invece siamo già nel primo tempo della concertante, come attesta la presenza dell'oboe e del corno che dopo appena un minuto già si lanciano in una cadenza. 


Il fatto che questa concertante inglobata in una Serenata cominci con un tempo non particolarmente mosso non deve meravigliare, perché Mozart si regola così anche in altre composizioni di questo genere (la KV 250 e la KV 320 sono esempi importanti di questa consuetudine).

Il convenzionale Minuetto che segue fa anch'esso parte della concertante, ma gli strumenti solisti si fanno vivi solo nel trio.

 

sabato 3 settembre 2011

91 - Dopo l'esordio

Ed eccoci giunti di fronte alla seconda (se prendiamo come riferimento l'edizione più recente del catalogo Koechel), alla terza (se contiamo come mozartiana anche la Sinfonia Odense) o alla quarta sinfonia di Mozart (se invece ci riferiamo alla prima edizione del catalogo): la KV 19 in re maggiore.

Qui Mozart rimette in campo i corni, come nel K 16, ma senza sfruttarne affatto le caratteristiche come nel suo primo esperimento sinfonico, e lascia agli archi i compiti più impegnativi come si intende fin dalle battute immediatamente successive all'accordo iniziale. L'esordio, felicissimo, cede il passo a frasi più generiche, di circostanza, alternate a qualche sorpresina come il bel passaggio in minore dopo un km e la cadenza d'inganno (o qualcosa di simile) alla fine di quella che dovrebbe essere l'esposizione, che invece prosegue un po' per conto suo e perde spesse volte il filo.

Questo primo tempo rappresenta insomma un passetto incerto verso le vette delle ultime tre sinfonie, un'opera nella scia delle galanterie di JC Bach, dove la forma sonata - a sentire il Della Croce, inviperito con Wolfie nel caso in questione - è stata mollata a casa almeno fino alle soglie dell'ultimo movimento. E i critici masticano oltretutto amaro perché, con quell'inizio a corni spiegati, si aspettavano i fischi e i botti almeno nello sviluppo.

Il bellissimo tema dell'Andante ci porta a percorrere sentieri affascinanti e fa subito presagire la vena del grande operista che Mozart vorrà sempre e saprà presto essere. Si capisce che siamo ancora ai minimi termini come dimensioni (all'epoca la sinfonia era intrattenimento allo stato puro, senza pretese di grandezza), ma il compositore ha le idee già ben chiare e a un bel momento piazza anche una falsa ripresa che ci informa al volo di due cose:

a) che la voglia di scrivere musica non manca;
b) che i ferri del mestiere ci sono già tutti.

Unica pecca del movimento, la sua brevità, ma potremmo già essere tranquillamente nel mezzo di una delle migliori sinfonie di JC Bach, ottimo autore del genere.


Arrembante, poi, il Finale, che conferma il bel livello su cui Mozart si è assestato nel tempo precedente. Si fa presto a pensare "ad maiora", però consideriamo l'età del mister e magari ci penseremo due volte prima di sputare sul latte versato.