Il secondo tempo dà modo di brillare al flauto, strumento che, com'è noto, è poco caro a Mozart. Il tema, a domanda e risposta, è pienamente sinfonico e non fa pensare a un concerto nonostante la presenza costante dello strumento solista:
Dopo questa raffinata pausa, la sinfonia riprende con un normale minuetto. Se le sue scale ascendenti non sorprendono più di tanto, il trio (1:17) par quasi perdersi nella confusione:
Il Finale ha contorni certamente più netti e un ritmo trascinante (12:8, una giga in piena regola) che fanno da contraltare al primo tempo. Anche lo sviluppo accentua l'importanza di questo brano con numerose nubi in minore e una concentrazione già riscontrata nelle sinfonie immediatamente precedenti.
Abbiamo visto che il flauto, strumento non precisamente amato da Mozart, è uno degli strumenti a fiato più presenti nella sua produzione. Meno fortunato è stato l'oboe, strumento al quale Mozart ha dedicato un concerto un po' sgalfo (per giunta riciclato successivamente proprio per flauto), ma anche un eccellente quartetto con archi aggiunti, il KV 370, scritto a Monaco ai primi del 1781.
In quest'opera l'oboe è accompagnato dagli archi e fa sfoggio di tutta la sua eleganza nei temi, accuratamente studiati e calibratissimi. Per esempio, nel primo movimento, abbiamo subito un soggetto melodicamente originale, e tutta l'esposizione esce dai sentieri battuti.
Non siamo ancora sulle vette espressive del Quintetto per clarinetto, ma si tratta comunque di una composizione sopraffina:
L'Adagio (in re minore) conferma in pieno la serietà e il livello di quest'opera. L'introduzione sembrerebbe tratta da uno dei quartetti per archi "maturi". Le note lunghe dell'oboe si fondono mirabilmente con il timbro dei suoi compagni di musica, ma il fatto che ci sia anche una cadenza rimanda alla stagione ormai prossima (anche se Mozart non lo sa ancora) dei concerti per pianoforte e di quelli per corno:
Come ci si può attendere, il Finale è più disteso, ma tutt'altro che sbrigativo o disimpegnato. Un rondò che si tiene insomma alla larga dai problemi posti dall'Adagio, ma con strofe molto lunghe ed elaborate.
C'è persino un guizzo della più bell'acqua haydniana, un cambio di tempo improvviso da parte dell'oboe rispetto agli archi (un passaggio da 6/8 a 4/4 al minuto 02:26). Le cose si rimettonoa posto un poco più tardi, a 02:47, quando l'oboe riprende il ritmo di 6/8 come se niente fosse. Un fatto del genere è molto raro in Mozart, se non unico:
Questo Finale mostra dunque che bizzarrie di questo tipo Mozart poteva permettersele benissimo, ma vi faceva ricorso con estrema parsimonia. Pur mostrando spesso il suo lato buffonesco nella vita, era estremamente serio nel comporre musica.
L'Adagio e Rondò KV 617 per armonica a bicchieri, flauto, oboe, viola e violoncello (cui s'era accennato in http://dailymozart.blogspot.com/2011/11/146-uno-strumento-che-proprio-odio-8.html) è uno dei capolavori nascosti dell'ultimo anno mozartiano. Vi è già presente l'atmosfera fiabesca del Flauto Magico, tanto nelle melodie (soprattutto nell'Adagio) quanto nel timbro, un gioiello di dolcezza accorata che fa leva soprattutto sui registri acuti di flauto, oboe e glassharmonica, pur bilanciata dalle sfumature medio-gravi della viola e del violoncello:
Dopo il fermoimmagine incantato dell'Adagio, quando comincia il Rondò sembra quasi che stia per mettersi in moto un meccanismo. L'impressione è confermata dal tema, un bellissimo motivo da carillon, di sorprendente lunghezza e con una curiosa forma a spirale.
I couplet, anch'essi molto estesi e particolareggiati, offrono all'ascoltatore un'inattesa girandola di modulazioni. Uno dei sottotemi di queste strofe tornerà in una sezione successiva, che si potrebbe considerare uno sviluppo a tutti gli effetti se il brano fosse in forma sonata. C'è anche il tempo per una coda, nella quale il sottotema avrà ancora la parte principale.
Tra le prime composizioni scritte a Vienna dopo la rottura con l’arcivescovo “arcitanghero” Colloredo, figura quest’aria con recitativo, “Or che il cielo a me ti rende” (KV 374) che di per sé non spicca rispetto alle altre, ma esprime bene la contentezza di Mozart per essersi finalmente sciolto dal giogo salisburghese.
L’aria è scritta secondo il vecchio stile, con parecchie ripetizioni e la classica forma tripartita col da capo, quasi un ritorno alle origini, ma come non collegare un verso come “La mia gioia, ah, non comprende” con la nuova condizione di Mozart, “Einsam aber froh” (solo ma felice)?
Anche la sezione in minore, “ Solo all’alma un grato oggetto”, è appena appena un’ombra buona per fungere da melodia contrastante, senza comunicare affanno vero e proprio. Sa piuttosto di sguardo a ritroso con sospiro di sollievo in omaggio.
Altra composizione raggiante il Rondò per violino e orchestra dello stesso periodo (KV 373), adattato anche per flauto come KV Anh. 184: