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domenica 5 febbraio 2012

229 - Rondò di chiusura

Trionfo del monotematismo, il Concerto per clarinetto KV 622 ci mostra un Mozart tutt'altro che funereo nonostante la fine ormai prossima (e probabilmente del tutto imprevista). Dopo l'Allegro iniziale, dove un solo soggetto dà vita a innumerevoli ramificazioni melodiche creando l'impressione che siano in gioco più temi, e dopo il celeberrimo Adagio, il Rondò conclusivo, l'ultimo di Mozart, sembra ripercorrere il procedimento del I tempo: 


L'inventiva melodica è del pari altissima, senza pause, quasi ogni frase si generasse spontaneamente da quella che la precede. Non c'è più la struttura ritornello-strofa-ritornello-strofa ecc., ma un vero e proprio svolgimento del tema, ogni volta modificato con alcune frasi che tornano, un po' come avveniva nel Rondò per glassharmonica.

Con questa strategia che punta a ricavare tutta la sostanza da un singolo pensiero musicale Mozart chiude una vita e una carriera. Curioso è il fatto che questo punto di contatto con Haydn conduca a risultati totalmente diversi rispetto a quelli del collega, non tanto e non solo sotto l'aspetto qualitativo, ma per l'atmosfera che domina questa musica, spensierata e concentratissima a un tempo.

sabato 31 dicembre 2011

197 - Una rarità a margine del concerto per clarinetto

Prima di comporre il suo ultimo Concerto, il KV 622 in la maggiore, universalmente riconosciuto come capolavoro per il clarinetto, Mozart abbozzò quello che sarebbe divenuto il 1° movimento di quell'opera per il corno di bassetto. Il brano, nella tonalità di sol, rimase allo stato di frammento.


Il corno di bassetto doveva essere all'epoca abbastanza popolare, se Mozart lo inserì nell'organico della sua Serenata Gran Partita (scelta tra l'altro felicissima) e nelle arie principali della Clemenza di Tito come strumento obbligato, per far sì che il suo amico Stadler si mettesse in luce con la sua abilità di clarinettista che doveva essere considerevole.

sabato 5 novembre 2011

145 - Di Mozart oppure no? (2)

Per far risaltare i quattro strumenti sulla scena principale l'autore ricorre però a una doppia esposizione solistica, fatto che può aver fatto gridare più di un critico alla "ripetizione fuori luogo", per cui ci ritroviamo ad ascoltare il tema iniziale e successive controfrasi per tre volte in pochi minuti. Per contro, la scrittura di alcuni strumenti, come il clarinetto, con i suoi arpeggi indovinati, ma non insistiti, e senza virtuosismi eccessivi, sembra già preludere al Mozart del Quintetto KV 581 e del Concerto KV 622. In ogni caso si tratta di un'esposizione di oltre 7 minuti e mezzo, ben diversa da quella del Concerto per oboe di prima e molto più ricca, almeno sotto l'aspetto dell'orchestrazione.

Suona mozartiano anche lo sviluppo, con il suo inizio che esce dalle vie battute nell'esposizione (o meglio, ci mette davanti una melodia diversa da quelle udite) e la svolta in minore, priva di particolare drammaticità, una caratteristica che si riscontra in molte opere ottimiste del primo periodo (intendo prima del grande salto a Vienna). Staehelin vede una preponderanza esagerata dell'oboe che squilibrerebbe questa fase, ma i passaggi sincopati, il garbato utilizzo del modo minore che torna utile a mo' di contrasto, ma non influisce più di tanto sull'umore del brano, e la varietà del materiale che serve a rimpolpare lo scarso numero di idee presentate all'inizio. Impossibile, comunque, non pensare a un'opera ambiziosa, considerando le dimensioni, la quantità dei dettagli nella scrittura orchestrale e solistica e lo sfruttamento delle possibilità offerte dai singoli strumenti, un pregio che può richiamare il lavoro di scavo effettuato nel Quintetto KV 452, tra l'altro per gli stessi strumenti a fiato oltre al pianoforte.


Nel 2° movimento non solo l'autore conferma quanto di bello ha fatto ascoltare nel 1°, ma va anche molto oltre, con un solenne inizio a canone che coinvolge l'orchestra e subito dopo i solisti. Nessuna pedanteria né scialo di vanterie contrappuntistiche: qui si va dritto al sodo con una melodia che prende quasi immediatamente il sopravvento e che è la vera stella dell'opera. Anche qui il clarinetto prefigura le splendide evoluzioni dell'Adagio del KV 622, e l'oboe, "coprotagonista", non è da meno. Oltre a questo splendido tema c'è anche spazio per un corposo sviluppo, che riparte dal fagotto e da una melodia ancora inascoltata. Un passaggio cadenzale verso il termine del brano (al minuto 7:22) è addirittura presente in uno dei vari abbozzi di Mozart bambino.

giovedì 29 settembre 2011

117 - "Uno strumento che proprio odio" (2)

L'Adagio ma non troppo del Concerto KV 313 si presenta con un tema abbastanza dimesso, per non dir modesto, ma riprende quota in fretta con un secondo tema semplice, ma meravigliosamente lirico condotto dal flauto (2:22):


Anche nello sviluppo la scrittura brilla per eleganza, e il cangiante colore orchestrale sembra tutto meno che un segno di malavoglia. Non parliamo poi del Rondò finale, il miglior Minuetto (o meglio, tempo di minuetto) conclusivo scritto da Mozart, con un tema ammiccante e ancora una volta ben tratteggiato:


Non solo: le strofe del Rondò, talvolta derivate da frammenti del tema e non prive di gradevoli sorprese, si inseriscono alla perfezione nel tessuto del movimento, che a sua volta s'intona armoniosamente con gli altri due tempi, creando un'impressione di felice unità stilistica. Si prefigura oltretutto quella scrittura per uno strumento specifico che ne sfrutta tutta l'estensione e che si ammirerà in un Concerto ancora lontano, quello per clarinetto.

mercoledì 21 settembre 2011

113 - KV 595: Un concerto leopardiano (2)

Il Larghetto, "culmine" dell'opera secondo il Della Croce, è meno impressionante, ma condivide col brano precedente l'atmosfera leopardiana e la semplicità del soggetto iniziale, che in realtà è poco più di un singulto ricamato sulla tonica. A un bel momento il pianoforte intona la stessa frase che aprirà l'Adagio del Concerto per clarinetto, ma con tono perfino svogliato, sbrigativo, senza quella intensità che avvolge il tempo lento del KV 622; l'orchestra ha invece un piglio più aspro fin dalle prime battute (talvolta addirittura irritante) e si alterna ai monologhi del solista con interventi ruvidi, assai più violenti rispetto al primo movimento.


Il tema principale è tema della rassegnazione, poi ripreso nell'ormai stanco Andante per orologio meccanico (KV 616) e ancora più triste quando viene ripreso dall'orchestra. La fanfara che aveva fatto rabbrividire nel I movimento è nei suoi sonori scoppi, la mestizia palpabile ritorna negli scambi dialogici tra pianoforte e fiati.

L'esecuzione con il fortepiano qui presentata è un po' più dolce di quella col pianoforte, e la scelta è giusta non solo filologicamente perché si adegua anche allo stile completamente classico del concerto.

lunedì 18 aprile 2011

67 – Dal Lucio Silla alla Clemenza di Tito: quando l’opera seria fa sul serio (8)

Vitellia è particolarmente fortunata perché, come abbiamo appena visto, le spetta il pezzo forte dell’opera, il rondò “Non più di fiori”. Di fatto è l’ultima aria mozartiana scritta per un’opera lirica (da lì in poi avremo una marcia con coro, il recitativo accompagnato di Tito e il sestetto finale). Nel couplet “Infelice, quale orrore” ci godiamo un anticipo del Concerto per clarinetto KV 622 e il tema del rondó, dopo questa citazione che accelera il tempo del pezzo, ritorna come da copione, ma a velocità doppia e con altro intento espressivo.
Prima Vitellia si pente, riflette, rimpiange, poi decide e si appresta risolutamente al sacrificio con questa accelerazione del tema.

Vien trattato bene anche Sesto, cui è dedicata la celebre aria con corno di bassetto obbligato “Parto, ma tu ben mio”, e poco più avanti un recitativo accompagnato (“Oh Dei, che smania è questa”), solo per citare le bellezze più evidenti.



Ad Annio e Vitellia, personaggi in penombra, toccano rispettivamente la partecipazione a duetti e terzetti di splendida levatura (“Deh prendi un dolce amplesso”, “Vengo… aspettate”) e la graziosa aria “S’altro che lagrime”. A proposito del duetto “Deh prendi un dolce amplesso”, si noti come un’esecuzione molto rapida faccia assomigliare il pezzo a una danza tedesca. Il Paumgartner notò la sua affinità con l’atmosfera del singspiel e aveva ragione, perché il brano potrebbe stare benissimo all’interno del Flauto Magico senza che si avvertano squilibri o fratture col resto.